BIMBA E’ LA STELLA Che brilla di saggezza


Era un caldo giorno di novembre del 1899. 

Una donna sedeva su una panchina, appena fuori da casa sua, sventolando un ventaglio per tentare di rinfrescarsi. 

Aveva una pancia così grande che riusciva a malapena a vedere i suoi piedi se rivolgeva lo sguardo verso il basso. 

Aspettava un bambino che sarebbe nato di lì a poco. 

La levatrice si sedette al suo fianco, si fece passare il ventaglio e si mise a sventolarlo per lei. 

“Devi avere pazienza” le disse mettendo una mano sul suo pancione “ci siamo quasi, lo sento, sarà un maschio”. 

Maria Martinha do Bonfim era invece convinta di portare in grembo una femminuccia. 

Rimase molto colpita quando, il 23 novembre, diede alla luce il piccolo Manoel: la levatrice aveva proprio ragione. 

Quella scommessa, fatta ancora prima che nascesse, fece sì che Manoel venisse chiamato, fin dalla nascita, con il soprannome di “Bimba”. 

La sua, era una famiglia umile di Salvador, una delle più belle città del Brasile. Suo padre, era un uomo molto dedicato al lavoro e un grande campione di Batuque: un tipo di lotta molto dura che si praticava un tempo. 

Inutile dire quanta ammirazione provasse Bimba per lui. 

Come il padre, anche lui era un gran lavoratore e, non potendosi permettere altro, lavorava come scaricatore di porto. 

Non smetteva però di sognare un futuro migliore, per sé ma anche per gli altri. Per chi, come lui, discendeva da famiglie con un passato di schiavitù e aveva una carnagione scura, non c’era molta possibilità di avere un futuro roseo. 

Le persone che avevano una vita agiata erano solo i bianchi, loro potevano studiare e fare lavori più soddisfacenti come il banchiere o il maestro o il dottore. 

Come avrebbe potuto quindi riscattarsi un giovane nero come lui, che non sapeva né leggere né scrivere? Beh…lui passò tutta la sua vita provandoci. 

Bimba aveva un grande dono: era dotato di grande saggezza. 

Sapeva aiutare tutti, dava consigli preziosi ed era una persona rispettata e ammirata da tutto il quartiere. Che ci crediate o no, conquistò il titolo di “Mestre” proprio in questo modo: lui era un “maestro di vita” ancora prima di essere uno dei più grandi capoeristi della storia. 

Divenne capoerista quando, all’età di dodici anni, iniziò a seguire il suo maestro Bentinho e frequentando le strade di Salvador, come molti altri giovani della sua età facevano. 

In cuor suo, però, sentiva che quel modo di fare capoeira non andava bene: azzuffandosi per strada la gente non li avrebbe visti di buon occhio. 

“Aprirò una palestra”…pensò “metterò delle regole e farò in modo che l’arte della capoeira non si impari più in strada”. 

Ma il cammino non fu così breve. 

Aveva circa trentatré anni quando fondò la sua scuola di capoeira proprio nel quartiere del Pelourinho, il cuore della città. Era soprannominata scuola di “Luta Regional Bahiana” (lotta regionale bahiana). 

“Prenderò i colpi micidiali del Batuque, compresi i segreti che mio padre mi ha insegnato, e li unirò a quelli della Capoeira Angola”. 

La Capoeira Regional di Mestre Bimba era una lotta efficace, composta da 52 colpi, ma, nonostante questo, lui associava la capoeira alla libertà individuale e di esprimersi: ognuno può avere la propria ginga e il proprio modo di muoversi in roda. 

“E’ essenziale gingare sempre!” diceva ai suoi allievi “e seguire sempre ciò che il Berimbau comanda”. 

Ecco…queste forse erano le uniche due regole su cui era veramente intransigente, altrimenti non è capoeira! 

Aveva già molti allievi e la maggior parte erano studenti universitari che frequentavano il quartiere. 

Mestre Bimba aveva una personalità così forte che in molti seguivano i suoi insegnamenti di vita, era una guida stimata e apprezzata dalla comunità.

Tuttavia, questo non gli bastava. Bimba si sentiva un clandestino perché ciò che faceva non era riconosciuto dal governo. 

Negli anni ’30, In Brasile, come un po’ in tutto il resto del mondo: neri e bianchi non avevano le stesse opportunità e i neri spesso erano emarginati. Su alcuni giornali, però, comparivano articoli di giovani ragazzi di origine africana, più o meno della sua età, che grazie allo sport, erano visti come eroi, come Jessie Owen, un corridore o Joe Louis, un pugile. 

“Ecco cosa posso fare” … “posso sfidare sul ring tutti i lottatori del Brasile. Nessuno sarebbe in grado di battermi e grazie alla mia fama, mi guadagnerò l’appoggio del governo”. 

Era il 6 febbraio del 1936 e, nella Piazza da Sé, proprio accanto alla chiesa, venne inaugurato l’Odeon, un centro di sport e spettacolo dove i ricchi signori assistevano agli incontri di lotta. 

Sul volantino della programmazione dell’ Odeon si leggeva anche il nome di Bimba. 

Quella mattina Bimba si svegliò all’alba e chiese a sua moglie, Agripina, di preparargli la sua solita colazione. 

Amava mangiare abbondantemente per essere in piena forma per affrontare la giornata, specialmente prima di un incontro. 

Il menu mattutino prevedeva: pesce grigliato, quiabada (uno stufato di carne e verdure miste), spezzatino di carne con le uova e il tutto accompagnato da un buon caffè. 

Dopo la super colazione e un buon riscaldamento muscolare ecco che Bimba si reca all’ Odeon per la sfida. 

Il suo sfidante era un tale di nome Henrique Bahia, che quasi nessuno conosceva. Al contrario, Bimba era già conosciuto per la sua capoeira e in molti tifavano per la sua vittoria. 

“Notte di stelle nell’Odeon 

Brilla Bimba 

Bimba è la stella

Bimba è Bamba 

campione bahiano di Capoeira” 

Recitavano i quotidiani che pubblicizzavano l’incontro. 

Il gioco iniziò calmo e lento: gli avversari si studiavano per bene. Bimba si muoveva con agilità e passi felini. 

Poco dopo, salì la tensione e il gioco terminò quando riuscì a proiettare l’avversario, Henrique Bahia, al pavimento con uno dei suoi movimenti disequilibranti. 

Il pubblico era in fervore, tutti si alzarono in piedi per applaudire il lottatore più esemplare della serata. 

“Bimba è Bamba!” gridava la folla impazzita. 

Fu solo uno dei tanti incontri a cui Mestre Bimba partecipò, uscendo sempre vincitore e conquistando sempre maggiore fama. 

Sempre più persone bussavano alla porta della sua scuola per imparare da lui. 

Chi voleva farne parte, però, doveva essere un lavoratore o uno studente, non accettava nullafacenti! 

Era il 2 luglio del 1936. Quell’inverno fu veramente speciale per Mestre Bimba e per tutta la storia della capoeira. 

Pochi giorni prima, il Mestre aveva ricevuto un invito del tutto insolito: il governatore Juracy Magalhães in persona, gli chiedeva di andare al Palazzo del Governo con la sua “turma” (tutti i suoi allievi migliori), per esibirsi nella capoeira, in occasione della “festa della liberazione del Brasile”. 

“Potrebbe essere una trappola” pensò in un primo momento “ci sarà sicuramente molta polizia e potrebbero benissimo catturare tutti quanti, dimostrando così, la superiorità dei bianchi, ancora una volta..”. 

Quasi tutti i suoi amici e i suoi allievi pensavano lo stesso. “Noi andremo!” disse “è un’occasione per conquistare ancora di più il favore del popolo, è la nostra occasione per dimostrare che non tutti quelli di etnia afro-brasiliana sono dei delinquenti e che la capoeira è un’arte, non una lotta di strada”.

Quando Mestre Bimba prendeva una decisione, i suoi discepoli lo seguivano, senza mettere niente in dubbio. 

Ecco quindi che la “turma di Bimba” si preparava a partire per la Piazza Municipale, dove si sarebbe svolta l’esibizione. 

Tutti quanti erano vestiti in modo impeccabile: indossavano calzoni e magliette bianche di cotone e scarpe eleganti. Il Mestre esigeva un certo tipo di abbigliamento nella sua scuola: voleva distinguere i suoi allievi dai capoeristi di strada. 

“Nessuno si allena da me senza la maglietta” diceva sempre ai suoi allievi “e nemmeno con i sacchi delle patate al posto dei calzoni o senza la cintura” … “che figura ci facciamo se vi cascano i calzoni mentre fate capoeira?” 

Ci teneva proprio alla forma! E perchè di bianco? Beh non è che il Mestre voleva per forza che gli allievi indossassero abiti bianchi però, ai quei tempi, in Brasile, chi si vestiva di bianco erano le persone di una certa importanza e loro dovevano proprio darsi importanza, specie in quella occasione. 

Il momento dell’esibizione era vicino, la piazza era piena di gente, tutti desiderosi di vedere lo spettacolo. 

Sei di loro si misero agli strumenti e gli altri sei erano pronti per mostrare i migliori colpi della Capoeira Regional. In questa occasione speciale, Bimba scelse di non utilizzare la classica impostazione della Charanga, la sua batteria di musicisti con un solo berimbau e due pandeiros. Quella l’avrebbero lasciata per la roda, una cosa per soli capoeristi, non per il popolo. 

Meia lua a destra, meia lua a sinistra, armada a destra e armada a sinistra e molti altri colpi speciali furono clamorosamente mostrati dai grandi capoeiristi di Bimba. Ma quello ancora non era niente in confronto al finale che il Mestre aveva in serbo. 

Era qualcosa di mai visto prima, tutti rimasero a bocca asciutta, increduli. “Woooooow”… si udiva dal pubblico “ohhhhhh”, “incredibile!” “sensazionale!” 

La “Cintura desprezada” era la grande sorpresa. 

Mestre Bimba aveva ideato questa sequenza speciale, da svolgere in coppia, che ogni allievo doveva imparare e fare nel giorno della sua formatura, cioè il giorno in cui riceve ufficialmente il riconoscimento di “Aluno Formado” assieme al tanto desiderato foulard blu. 

Le varie coppie di esibirono quindi in questa sequenza di Balões, i famosi movimenti che Bimba chiamava “di proiezione”. 

Bimba fece un aù e subito dopo una bananeira, il suo allievo lo bloccò nell’ apanhada, una forte presa dalla quale lui uscì lanciandosi in aria, arrivando quasi a toccare il cielo. Poi girò su sé stesso ed atterrò di schiena. 

Aveva così tanto equilibrio e padronanza dei suoi movimenti che non fece nemmeno il minimo rumore quando appoggiò i piedi al suolo. 

Ma non era finita lì, Bimba si abbassò ed aprì le gambe “a forbice” per incastrare a sua volta l’avversario in un’altra presa cattivissima: la tesoura de costa. Lui era allenato ad uscire e scappò con una semplice aù. 

Entrambi riprendono poi a gingare. L’altro lo strinse al collo in una morsa letale ma Bimba gli sfuggì per poi sbam! lanciarlo a terra. 

L’allievo, preparato, atterrò leggero come una piuma, nonostante l’impatto del lancio. 

Gli spettatori applaudirono entusiasti e Bimba e la sua turma tornarono a casa contenti. 

Per la prima volta la capoeira era stata inserita in una festa di importanza nazionale e presentata come una parte importante della cultura brasiliana. 

Un anno dopo la sua scuola divenne riconosciuta ufficialmente dal governo come “Centro di Cultura Fisica e Capoeira Regional”. 

Mestre Bimba finalmente era riuscito a convincere le autorità del valore culturale della Capoeira. 

Tutto qui? Ovviamente no, è grazie a Mestre Bimba che successivamente il presidente Getulio Vargas, dopo aver assistito ad un’altra sua presentazione, affermò che la capoeira sarebbe stato l’unico sport nazionale del Brasile e fece in modo che fosse insegnata nelle scuole. 

Mestre Bimba aveva un sogno, un sogno enorme, e poche possibilità di raggiungerlo facilmente. Era un uomo semplice, ma molto saggio: così saggio da riuscire ad andare oltre ai preconcetti. Scelse una strada molto diversa rispetto a tutti i capoeiristi della sua generazione, quella della giustizia. 

Fu innovativo e non si lasciò scoraggiare da nessuno. E’ grazie a lui che esiste la capoeira che conosciamo oggi, quella che insegna una morale, che ci guida nella vita di tutti i giorni e non quella che porta sulla cattiva strada.

Mestre Bimba continua a brillare ancora oggi, in ogni nostra singola ginga.

scritto da: Elisa Gnecchi

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